Agenzia Hawzah News – L’Imam Seyyed Ali Khamenei è stato ucciso nel suo ufficio, mentre era impegnato a lavorare per il bene del suo Paese e del suo popolo, nel centro di Teheran: non come Mohammad Reza Pahlavi, morto in fuga; non come Reza Khan, spirato in esilio; non come Saddam, catturato in un nascondiglio; non come Gheddafi, linciato in strada in modo umiliante.
È stato ucciso da nemici stranieri, gli stessi che portano nel proprio curriculum lo scandalo pedofilo Epstein e il genocidio di Gaza, e che hanno fatto dell’ingerenza uno strumento sistematico di pressione politica.
Negli ultimi centoventi anni è soltanto il secondo leader iraniano a morire sul suolo nazionale. Il primo fu l’Imam Khomeini, nel 1989 a Teheran.
Mohammad Reza Pahlavi morì al Cairo, Reza Khan a Mauritius, Ahmad Shah a Parigi, Mohammad Ali Shah in Italia.
Questo primato storico appartiene dunque esclusivamente ai due Imam della Rivoluzione Islamica: Khomeini e Khamenei, entrambi morti in patria, nel cuore dell’Iran, senza fuga né esilio, a testa alta, riveriti e onorati dal glorioso popolo iraniano.
Mostafa Milani Amin

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